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Social network e assenteismo virtuale

autore Giovanni - 04 - maggio 2011

Pochi giorni dopo le notizie dei licenziamenti causati dall’uso improprio di Facebook con ripercussioni sul lavoro anche gravi come il licenziamento, si fa avanti un nuovo concetto, quello di “assenteismo virtuale“.

Facile da intuire il significato: lo stare al lavoro, alla propria scrivania, alla propria postazione pc, facendo finta di essere impegnati a lavorare mentre invece si fa tutt’altro.

Il dito puntato è proprio contro Facebook in primis, ma anche i sistemi di messaggistica istantanea, i più famosi social network, i siti di shopping online e tutto ciò che può distrarre su internet dalla propria mansione, evitando di assolvere i compiti di spettanza.

D’altro canto l’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori oltre ad impedire qualsiasi indagine sulle opinioni del lavoratore, vieta in modo assoluto qualsiasi ricerca su fatti che non siano rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine lavorativa, escludendo per cui la possibilità che i datori controllino e monitorino ciò che i propri dipendenti o collaboratori facciano al di fuori del contratto.

Ovviamente il punto è però il contrario, ovvero non tanto quanto il datore di lavoro invada lo spazio personale del lavoratore controllando ogni sua mossa in internet, ma quanto il dipendente lasci che la fonte di distrazione virtuale invada il proprio tempo di lavoro autoimpedendosi di lavorare e risultando come un assenteista, nei fatti.

La questione è articolata. C’è chi ritiene che vada risolta impedendo totalmente l’accesso a una lista di siti e social network comunemente utilizzati per passare il tempo – o per perderlo – e chi ritiene che invece questo accesso vada sì permesso ma variamente ridimensionato, concedendo per esempio dei momenti limitati durante i quali permettere la connessione.

Le aziende dovrebbero instaurare e creare un clima di fiducia sul luogo di lavoro tale che il dipendente non senta il bisogno di evadere per giornate intere evitando di lavorare perchè magari il lavoro che gli è stato assegnato non lo soddisfa e cominciare a rendersi conto che il problema non è tanto l’assenteismo quando e se si manifesta, ma perchè si manifesta.
Nel momento in cui il lavoratore si assenta – virtualmente o realmente – sta esprimendo un disagio che potrebbe avere una radice ben più profonda del semplice voler non lavorare sostituendo i compiti con videogame, chat o acquisti.

Non bisogna poi dimenticare che durante l’orario lavorativo si ha il diritto ad avere delle pause e che – senza esagerare e senza portar danno all’azienda e alla propria produttività – il lavoratore ha anche il diritto di impiegare come vuole questi pochi minuti alla volta, che siano un caffè alla macchinetta o al bar, una breve passeggiata per sgranchirsi le gambe o il rispondere alla mail per l’organizzazione della serata fuori.

Inoltre, l’impedire completamente l’accesso ai vari social network potrebbe rivelarsi controproducente: le persone tendono a circondarsi, così come nella vita offline anche in quella online, di persone simili, con cui condividere gusti ed interessi, arrivando spesso a conoscere persone che svolgono lo stesso lavoro o lavori collaterali al proprio. In casi come questi potrebbero risultare attività come lo scambio di link, informazioni e risorse utili fino ad arrivare alla nascita di collaborazioni ed opportunità utili non solo al dipendente, ma anche all’azienda per cui lavora. Senza dimenticare che secondo ricerche recenti Facebook, Twitter e servizi simili possono aiutare la produttività grazie al potere distensivo e riposante nelle brevi pause.